domenica 14 aprile 2013

La dolce libertà

In questo sonetto dei Regrets (raccolta di cui sto ultimando la traduzione), Joachim Du Bellay lamenta la mancanza di libertà di espressione, e lo fa con grande efficacia e profondità.
Ecco come ho tradotto i suoi versi alessandrini.


XLVIII

Quant’è felice chi costretto non è a fingere,
Quel che la verità lo costringe a pensare,
Ed a cui il rispetto di chi non s’osa offendere
La libertà non possa alla penna negare!

Ah, perché da quel nodo sento la mia restringere,
Quando i miei giusti pianti cerco di cominciare?
Perché l’anima mia non si può mai concedere
Di risentire il male o di poterne piangere?

Mi si mette in affanno, e non oso gridare,
Mi si vede in tormento, e non oso pregare
D’avermi compassione. O pena sottomessa!

Non c’è fuoco più ardente di un fuoco ch’è rinchiuso,
Non v’è morbo più aspro di quello che va all’osso,
Né più grande dolore d’un dolore ch’è muto.


mercoledì 6 marzo 2013

Roma: istruzioni per l'uso

Joachim Du Bellay, francese alla corte romana del XVI secolo, ci ha lasciato un sonetto che anche oggi potrebbe benissimo illustrare cosa sia una certa "Roma" e quali ne siano gli effetti sui comportamenti dei politici che vogliano sopravvivere alle sue trappole. Sempre nella mia traduzione.




Per prolungare il termine lisciare un creditore,
corteggiare un banchiere, dare buona speranza,
non seguire parlando la libertà di Francia,
per rispondere un nulla, pensarci per mezz’ora:

non guastarsi per il troppo bere e mangiare,
non fare senza scopo una pazzesca spesa,
non dire ai quattro venti tutto quel che si pensa,
con un magro discorso lo straniero guidare:

conoscere gli umori, sapere chi domanda,
e per quanto si abbia la libertà più grande,
tanto più stare in guardia dall’essere ripresi:

vivere con ciascuno, di ciascuno far conto:
ecco, caro Sorel (e ne arrossisco d’onta),
il bene che in tre anni a Roma io ho appreso.

venerdì 1 marzo 2013

Il libro di Lorenza M. Mori: "E' il freddo di questa notte"

Non traduco soltanto: mi occupo anche di far nascere libri, insomma faccio l'editor.
Ultimamente ne ho seguito uno che si intitola "E' il freddo di questa notte". L'autrice è una blogger molto seguita, Lorenza M. Mori che, col nick Vitamina, scrive il blog Iris e Libellule. Uno dei miei preferiti.

Seguire la nascita di un libro ti mette in una posizione particolare: devi entrare dentro in profondità, amare il testo, farlo tuo, scovarne i difetti (non è stato facile) per farlo splendere in tutta la pienezza delle sue possibilità.

Lavorare fianco a fianco con Lorenza-Vitamina è stato un ritorno di gioventù: siamo amiche da tempo immemorabile, avevamo nove anni quando ci siamo conosciute e da allora siamo state amiche per la pelle. Le nostre strade sono state molto diverse, ma adesso che ci avviamo a entrare nei territori scivolosi della vecchiaia sembra che i sentieri si riuniscano, in virtù di una antica passione comune: la scrittura.

Quand'ero giovane, pensavo che bisogna avere molto vissuto per poter scrivere cose che abbiano un senso profondo. Sembra che adesso la vita mi stia dando ragione: sia io che la mia amica Vitamina stiamo producendo qualcosa di buono usando la penna, anzi il mouse.

Lorenza aveva scritto un libro di memorie: insieme lo abbiamo trasformato in un'autobiografia romanzata, eliminando parti che, anche se ben scritte, finivano per essere ripetitive, abbiamo cercato di creare un ritmo attraverso l'intersezione di piani temporali e registri narrativi diversi che si alternano, creato una "cornice" che si sposa e si mescola molto bene al racconto principale. Insomma, la struttura si è adeguata al valore della narrazione dei fatti e la rafforza, la valorizza, la fa risplendere pienamente come merita.

Mi piacerebbe avere qui qualche feedback da chi ha letto il libro. Per chi lo volesse acquistare, può scrivere all'indirizzo mail della casa editrice info@dedaluspoemvideo.it.


mercoledì 27 febbraio 2013

La Chiesa secondo Du Bellay: pensando a Papa Ratzinger




LXXVIII

Non ti racconterò di Bologna e Venezia,
di Padova e Ferrara, o di Milano ancora,
di Napoli, Firenze, le quali sono ora
migliori per la guerra, o per la mercanzia:

Ti racconterò invece della Chiesa l’assedio,
che fa d’oziosità il più ricco tesoro,
e che sotto l’orgoglio di tre corone d’oro
cova l’ambizïone, l’ipocrisia e l’odio:

Io ti dirò che qui felicità e sventura,
il vizio e la virtù, il piacere e il dolore,
l’onorevole scienza, e l’ignoranza abbonda.

Insomma ti dirò, come nel vecchio Caos,
qui trovi (Pelletier) mischiato alla rinfusa
tutto quel che di bene e male è in questo mondo.

martedì 5 febbraio 2013

Malinconia di Du Bellay

Ecco il numero VI dei Regrets: è una composizione che amo particolarmente per l'atmosfera di malinconia che la pervade. Qulle perdute danze con le ninfe, al chiar di luna, sono una di quelle immagini che ti restano dentro per sempre.


Ahimè, dov’è finito lo sprezzo di Fortuna?
dov’è quel cuore che vince ogni avversità?
Quell’onesta ambizione dell’immortalità,
e quell’onesto ardore, così poco comune?

Dove i dolci piaceri che, nella notte bruna
mi davano le Muse quando, in libertà,
sopra il verde tappeto d’una riva lontana
le facevo danzare ai raggi della luna?

Adesso la Fortuna è la mia padrona:
e il cuore, che soleva esser padrone a sé
di mille mali è servo, di pene e di tormenti.

Della posterità più non mi dò pensiero,
e nemmeno ho più quel bel divino ardore,
e le muse da me vanno via, indifferenti.



domenica 3 febbraio 2013

Accettiamo, Mauny, la cattiva fortuna

Ecco un altro sonetto dei Regrets di Joachim Du Bellay, sempre nella mia traduzione. Lo trovo molto profondo, filosofico nella sua apparente semplicità. Bellissima la chiusa: conoscere noi stessi è una grande conquista, per la quale val la pena sopportare le avversità della sorte.


 Joachim Du Bellay

Accettiamo, Mauny, la cattiva fortuna,
ché la buona nessuno si può assicurare,
e che nella cattiva si può sempre sperare,
essendo sua natura non essere mai una.

Teme il saggio nocchiero la grazia di Nettuno,
sapendo che il bel tempo non può a lungo durare:
e non è meglio qualche tempesta sopportare,
che sempre aver timore che il mare sia importuno?

Dalla buona fortuna ci si trova ingannati,
la fortuna contraria ci rende più avveduti:
una spegne virtù, l’altra la fa apparire:

una ci inganna gli occhi col viso mentitore,
l’altra l’amico scernere fa dall’adulatore,
e chi siamo a noi stessi permette di scoprire.

venerdì 1 febbraio 2013

Beato come Ulisse chi ha fatto un bel viaggio.

Questo sonetto, il numero 31 della raccolta Les Regrets, è sicuramente il più famoso fra i tanti scritti da Du Bellay. Di ispirazione virgiliana, nella seconda strofa soprattutto, è però nell'insieme decisamente originale e sentito. E' uno dei miei preferiti, anche se non è l'unico. Trovo fantastico il suo fermo detestare l'Italia e soprattutto la Roma corrotta dei papi: così lontana da tutti i luoghi comuni sui fasti del Rinascimento, forse perché quando lui arrivò a Roma c'era già stato il Sacco, l'atmosfera non era affatto serena, e il giovane Du Bellay, che era giunto carico di sogni, non ha trovato affatto quello che si aspettava, la città dedita all'arte e alla bellezza, ma un covo di intriganti e un vento di guerra e di decadenza morale e culturale. Un punto di vista a volte forse eccessivamente duro, ma proprio per questo molto istruttivo. Ecco la mia versione in italiano dell'Ulisse.

Beato, come Ulisse, chi ha fatto un bel viaggio,
oppure come l’altro che ha conquistato il vello,
ed è tornato, pieno d’esperienza e di senno,
a vivere fra i suoi il resto della vita!

Ahi, quando, del mio borgo piccolo, rivedrò
il camino fumare, ed in quale stagione
vedrò il recinto della mia povera magione,
ch’è per me una provincia, e molto molto più?

Preferisco la casa eretta dai miei avi,
ai palazzi romani dalla fronte gagliarda,
e più del marmo duro amo l’ardesia fina:

più la gallica Loira del Tevere latino,
più il mio Liré modesto, del monte Palatino,
più dell’aria di mare la dolcezza angioina.

mercoledì 30 gennaio 2013



JOACHIM DUBELLAY



Dopo tanto silenzio, eccomi di nuovo. Ho intrapreso una nuova avventura: sto traducendo i 191 sonetti che compongono i Regrets di Joachim Dubellay. Eccovi un primo assaggio, il numero uno.


I

Non voglio rovistare in seno alla natura
né ricercare l’anima di tutto l’universo
non voglio scandagliare negli abissi sommersi
né tracciare del cielo la bella architettura.

Non pongo nei miei quadri tanto ricca pittura,
non cerco così alti argomenti ai miei versi,
ma del luogo[1] seguendo gli accidenti diversi,
sia buoni, sia cattivi, io scrivo alla ventura.

Mi lamento coi versi, se ho qualche dispiacere,
rido con loro, a loro confido i miei segreti
come ai più affidabili custodi del mio cuore.

Così non voglio certo pettinarli e acconciarli
nemmeno mascherarli con  nomi pretenziosi
se non quelli di “fogli di diario”, o “commentari”.




[1] Letteralmente: ”di questo luogo”. Du Bellay si trova a Roma, che sarà effettivamente la maggiore fonte di ispirazione, nel bene e nel male, per la sua raccolta di sonetti.