mercoledì 10 luglio 2013
venerdì 17 maggio 2013
Attualità di Du Bellay
Sembra scritta oggi, purtroppo. La Roma di un tempo dov'è andata?
Ecco cosa diceva Du Bellay nel Cinquecento: sempre mia la traduzione.
Ecco cosa diceva Du Bellay nel Cinquecento: sempre mia la traduzione.
LXXXIII
Robertet,
non pensare che questa Roma qua
Sia quella Roma là che
tanto ti piaceva.
Credito non si fa, come allora
s’usava,
Non si fa più l’amore, come
s’usava già.
La pace ed il buon tempo
qui non regnano più,
La musica ed il ballo vi
devono tacere,
L’aria vi è corrotta, Marte
vi è consueto,
Consueta la fame, la pena e
l’ansietà.
L’artigiano vizioso qui
chiude la bottega,
Qui l’ozioso avvocato
lascia il suo incartamento
E il povero mercante vi
porta la bisaccia:
Non vedi che soldati, ed
elmi sulla testa,
Non odi che tamburi e
simile tempesta,
E Roma tutto il giorno attende un altro sacco.domenica 12 maggio 2013
La satira secondo Du Bellay
Ecco un altro sonetto di Du Bellay: qui definisce il suo concetto di satira. Il "Calabrese" è Orazio. La traduzione, come sempre, è la mia (Paola Magi).
Quel fine Calabrese solletica ogni vizio,
Qualunque sia, all’amico, e
nessuno risparmia,
Fa ridere perfino gli
stessi che punzecchia,
Scherzando intorno al cuore
di chi ha preso a bersaglio.
Se qualche perspicace si
accorge nei miei versi
Che io mordo ridendo, nessuno
tuttavia
Mi chiami falso amico verso
quelli che pungo:
Ché chi mi stima tale, fortemente
s’inganna.
La satira, Dilliers, è un
pubblico esempio,
Dove, come uno specchio,
l’uomo savio contempla
Tutto quello che è in lui
di bello o di malfatto.
Non mi leggete dunque, o
chi mi vorrà leggere
Non s’arrabbi se vede,
messo in modo da ridere,
Qualche cosa di sé dipinto nel
ritratto.
venerdì 26 aprile 2013
Du Bellay profetizzava Letta?
Sembrerebbe scritto per questa giornata di politica italiana. Invece Du Bellay lo scriveva nella Parigi del XVI secolo. Sempre nella mia traduzione.
Se a corte vuoi avere
solida posizione,
Il silenzio (Ronsard) ti
sia come un decreto.
Chi ad un amico soffia la
chiave d’un segreto,
Diventare lo fa, da suo
amico, padrone.
Devi ancora, Ronsard, mi
parrebbe, tenere
Col tuo nemico qualche
discreta mediazione,
Agendo contro lui, dagli
dimostrazione
Che così ti fa agire
soltanto il tuo dovere.
Vediamo troppo spesso una
lunga amicizia
Per un nulla mutarsi in
fiera inimicizia,
Ed in odio l’amore sovente trapassare.
Del che (veduti i tempi)
non dobbiamo stupirci,
Ama dunque, Ronsard, come
potessi odiare,
Odia dunque, Ronsard, come
potessi amare.
domenica 14 aprile 2013
La dolce libertà
In questo sonetto dei Regrets (raccolta di cui sto ultimando la traduzione), Joachim Du Bellay lamenta la mancanza di libertà di espressione, e lo fa con grande efficacia e profondità.
Ecco come ho tradotto i suoi versi alessandrini.
Ecco come ho tradotto i suoi versi alessandrini.
XLVIII
Quant’è felice chi costretto
non è a fingere,
Quel che la verità lo
costringe a pensare,
Ed a cui il rispetto di chi
non s’osa offendere
La libertà non possa alla
penna negare!
Ah, perché da quel nodo
sento la mia restringere,
Quando i miei giusti pianti
cerco di cominciare?
Perché l’anima mia non si
può mai concedere
Di risentire il male o di poterne
piangere?
Mi si mette in affanno, e
non oso gridare,
Mi si vede in tormento, e
non oso pregare
D’avermi compassione. O
pena sottomessa!
Non c’è fuoco più ardente
di un fuoco ch’è rinchiuso,
Non v’è morbo più aspro di
quello che va all’osso,
Né più grande dolore d’un
dolore ch’è muto.
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