mercoledì 6 marzo 2013
Roma: istruzioni per l'uso
venerdì 1 marzo 2013
Il libro di Lorenza M. Mori: "E' il freddo di questa notte"
Ultimamente ne ho seguito uno che si intitola "E' il freddo di questa notte". L'autrice è una blogger molto seguita, Lorenza M. Mori che, col nick Vitamina, scrive il blog Iris e Libellule. Uno dei miei preferiti.
Seguire la nascita di un libro ti mette in una posizione particolare: devi entrare dentro in profondità, amare il testo, farlo tuo, scovarne i difetti (non è stato facile) per farlo splendere in tutta la pienezza delle sue possibilità.
Lavorare fianco a fianco con Lorenza-Vitamina è stato un ritorno di gioventù: siamo amiche da tempo immemorabile, avevamo nove anni quando ci siamo conosciute e da allora siamo state amiche per la pelle. Le nostre strade sono state molto diverse, ma adesso che ci avviamo a entrare nei territori scivolosi della vecchiaia sembra che i sentieri si riuniscano, in virtù di una antica passione comune: la scrittura.
Quand'ero giovane, pensavo che bisogna avere molto vissuto per poter scrivere cose che abbiano un senso profondo. Sembra che adesso la vita mi stia dando ragione: sia io che la mia amica Vitamina stiamo producendo qualcosa di buono usando la penna, anzi il mouse.
Lorenza aveva scritto un libro di memorie: insieme lo abbiamo trasformato in un'autobiografia romanzata, eliminando parti che, anche se ben scritte, finivano per essere ripetitive, abbiamo cercato di creare un ritmo attraverso l'intersezione di piani temporali e registri narrativi diversi che si alternano, creato una "cornice" che si sposa e si mescola molto bene al racconto principale. Insomma, la struttura si è adeguata al valore della narrazione dei fatti e la rafforza, la valorizza, la fa risplendere pienamente come merita.
Mi piacerebbe avere qui qualche feedback da chi ha letto il libro. Per chi lo volesse acquistare, può scrivere all'indirizzo mail della casa editrice info@dedaluspoemvideo.it.
mercoledì 27 febbraio 2013
martedì 5 febbraio 2013
Malinconia di Du Bellay
domenica 3 febbraio 2013
Accettiamo, Mauny, la cattiva fortuna
Accettiamo, Mauny, la cattiva fortuna,
ché la buona nessuno si può assicurare,
e che nella cattiva si può sempre sperare,
essendo sua natura non essere mai una.
Teme il saggio nocchiero la grazia di Nettuno,
sapendo che il bel tempo non può a lungo durare:
e non è meglio qualche tempesta sopportare,
che sempre aver timore che il mare sia importuno?
Dalla buona fortuna ci si trova ingannati,
la fortuna contraria ci rende più avveduti:
una spegne virtù, l’altra la fa apparire:
una ci inganna gli occhi col viso mentitore,
l’altra l’amico scernere fa dall’adulatore,
e chi siamo a noi stessi permette di scoprire.
venerdì 1 febbraio 2013
Beato come Ulisse chi ha fatto un bel viaggio.
Beato, come Ulisse, chi ha fatto un bel viaggio,
oppure come l’altro che ha conquistato il vello,
ed è tornato, pieno d’esperienza e di senno,
a vivere fra i suoi il resto della vita!
Ahi, quando, del mio borgo piccolo, rivedrò
il camino fumare, ed in quale stagione
vedrò il recinto della mia povera magione,
ch’è per me una provincia, e molto molto più?
Preferisco la casa eretta dai miei avi,
ai palazzi romani dalla fronte gagliarda,
e più del marmo duro amo l’ardesia fina:
più la gallica Loira del Tevere latino,
più il mio Liré modesto, del monte Palatino,
più dell’aria di mare la dolcezza angioina.
mercoledì 30 gennaio 2013
JOACHIM DUBELLAY
Dopo tanto silenzio, eccomi di nuovo. Ho intrapreso una nuova avventura: sto traducendo i 191 sonetti che compongono i Regrets di Joachim Dubellay. Eccovi un primo assaggio, il numero uno.
martedì 15 maggio 2012
Pangur Ban, bianco gatto del nono secolo
ovvero: come per uno studioso sia utile la compagnia del gatto (e dei topi)
sabato 10 marzo 2012
La serva di gran cuore, di cui eri gelosa,
E che dorme il suo sonno sotto un’umile zolla,
Dovremmo tuttavia portarle qualche fiore.
I morti, poveretti, hanno grandi dolori,
E quando Ottobre soffia, d’alberi potatore,
Il vento malinconico intorno ai loro marmi,
Devono ritenere i vivi bene ingrati
A dormire al calduccio, come fanno, nei letti,
Mentre, rosi da sogni incoerenti e neri,
Senza compagno a letto, senza bei conversari,
Scheletri vecchi, freddi, lavorati dal verme,
Sentono sgocciolare le nevi dell’inverno
Ed il secolo scorrere, senza famiglia o amico
Che cambi i cenci appesi sopra la loro griglia.
Quando il ceppo soffia e canta, se la sera
Calma, nella poltrona la vedessi sedere,
Se, in una notte azzurra e fredda di dicembre,
La trovassi accucciata in un canto della stanza,
Grave, venuta dal fondo del letto eterno
A covare il bambino cresciuto col materno
Suo occhio, che direi a quell’anima buona,
Vedendo il pianto scenderle dalla palpebra vuota?

