sabato 23 settembre 2017

Questa estate sono in uscita due miei libri, la traduzione dei Fiori del Male corredata da un saggio introduttivo sui rapporti fra Marcel Duchamp e l'opera poetica di Charles Baudelaire e dalle illustrazioni di Vincenzo Pezzella.
Il secondo libro in uscita è la mia traduzione di una poesia di Joachim Du Bellay, l'Inno alla Sordità, con l'introduzione di Giancarlo Onger, un mio breve saggio introduttivo sul rapporto di Marcel Duchamp con l'opera di Du Bellay, e i disegni di Vincenzo Sorrentino.


Due libri che mi hanno profondamente appassionato; il primo per la bellezza delle poesie di Baudelaire, per la loro profondità, per la sfida traduttiva che pongono e con cui ho cercato di confrontarmi con onestà ma anche con piacere. Il secondo per il tema trattato da Du Bellay, la malinconica ironia con cui affronta un problema che lo accomunava a un altro grande poeta della Pléiade, il suo amico-rivale Ronsard; altri i problemi della traduzione, altra la risposta traduttiva che mi pare sia tutto sommato abbastanza soddisfacente. La perfezione, si sa, non è di questo mondo, tanto meno lo è della traduzione di un testo poetico del Cinquecento. Si fa quel che si può.


martedì 6 dicembre 2016

Una bella lettura di Baudelaire



Se andate a questo link potete ascoltare la poesia di Charles Baudelaire "Confessione" nella mia traduzione. Molto bello! Grazie a Antonio Musacchio.

domenica 23 ottobre 2016

VECCHIE POESIE

Quand'ero giovane scrivevo delle poesiole fra il serio e il faceto. Una volta me ne pubblicarono una su una rivista di letteratura, ma a me sembravano talmente di poche pretese che non ho mai pensato di fare "la poetessa". Non lo penso nemmeno ora, anzi. La poesia è una cosa seria. Però, a rileggerle, mi sembrano simpatiche abbastanza da condividerle su questo blog.

NOI POETI MINORI

Noi poeti minori
siamo fiori all'occhiello
di chi conosce il bello
siamo terra di passo
siamo terra feconda
il genio ci circonda
e non ci tocca.
Parlare ci è concesso
ma non tanto
da dare al mondo un canto.
Siamo un coro modesto
dal cui seme
germoglierà forse un poeta
e toccherà la meta
per noi tutti.
Pazienza! E intanto pensa
a sbarcare il lunario.
Mangiare è necessario.

sabato 13 febbraio 2016

"Confessione", dai Fiori del Male di Charles Baudelaire


Dopo molto tempo torno a pubblicare qualcosa su questo mio vecchio blog: una delle poesie di Baudelaire a cui ho lavorato in questi giorni, a colpi e colpetti di lima. 

La parola che più mi ha dato filo da torcere è stata quel "se pâme" della terzultima strofa. Mi sono resa conto che quel verbo strano, con molti significati diversi e apparentemente perfino contrastanti, è il vero cuore della poesia. Mi ha fatto diventar matta, alla fine ho scelto di tradurlo con "si consuma" per dare il senso della sfinitezza (se pâmer vuol dire anche svenire, venir meno, perdere le forze), ma anche il senso di sforzo, di emozione forte e a volte eccessiva. 

Ecco cosa ne è venuto fuori.


Una volta, una sola, mia cara e dolce donna,
Al mio il vostro braccio tornito
Si appoggiò (nel fondo oscuro del mio cuore
Quel ricordo non è impallidito).
Era tardi; e come una medaglia nuova
La luna piena si stagliava,
La solennità della notte come un fiume
Su Parigi assopita andava.
Lungo le case, sotto le porte di servizio,
Dei gatti furtivi passavano,
L’orecchio all’erta, oppure, come delle ombre care,
Piano piano ci accompagnavano.
Tutto d’un tratto, nella libera intimità
Sbocciata alla pallida luce,
Da voi, ricco e sonoro strumento, in cui non vibra
Che una gaiezza felice,
Da voi, chiara e gioiosa come una fanfara
In un mattino scintillante,
Una nota dolente, una nota bizzarra

Se ne uscì, sebbene esitante

Come una figlia grama, orrida, cupa, immonda,
Di cui  la famiglia arrossisca,
Che a lungo fosse stata, per nasconderla al mondo,
Rinchiusa in una segreta.
La vostra nota acuta cantava, povero angelo:
«Di nulla quaggiù si ha certezza,
E sempre si tradisce l’egoismo degli uomini,
Anche se attento s’imbelletta;
Duro mestiere è quello d’essere bella donna,
E quanto il lavoro è banale
Di chi danzando si consuma, fredda e folle,
In un sorriso artificiale;
Costruire sui cuori è una cosa ben sciocca;
Tutto cade, amore e beltà,
Fino a quando l’Oblio non li getta nel sacco
Per renderli all’Eternità!»
Ho spesso rievocato quella luna incantata,
Quel silenzio e quel languore,
E quella confidenza tremenda sussurrata
Al confessionale del cuore.



Une fois, une seule, aimable et douce femme,
À mon bras votre bras poli
S’appuya (sur le fond ténébreux de mon âme
Ce souvenir n’est point pâli);

Il était tard; ainsi qu’une médaille neuve
La pleine lune s’étalait,
Et la solennité de la nuit, comme un fleuve,
Sur Paris dormant ruisselait.

Et le long des maisons, sous les portes cochères,
Des chats passaient furtivement,
L’oreille au guet, ou bien, comme des ombres chères,
Nous accompagnaient lentement.

Tout à coup, au milieu de l’intimité libre
Eclose à la pâle clarté,
De vous, riche et sonore instrument où ne vibre
Que la radieuse gaieté,

De vous, claire et joyeuse ainsi qu’une fanfare
Dans le matin étincelant,
Une note plaintive, une note bizarre
S’échappa, tout en chancelant
Comme une enfant chétive, horrible, sombre, immonde,
Dont sa famille rougirait,
Et qu’elle aurait longtemps, pour la cacher au monde,
Dans un caveau mise au secret.

Pauvre ange, elle chantait, votre note criarde:
«Que rien ici-bas n’est certain,
Et que toujours, avec quelque soin qu’il se farde,
Se trahit l’égoïsme humain;

Que c’est un dur métier que d’être belle femme,
Et que c’est le travail banal
De la danseuse folle et froide qui se pâme
Dans son sourire machinal;

Que bâtir sur les cœurs est une chose sotte;
Que tout craque, amour et beauté,
Jusqu’à ce que l’Oubli les jette dans sa hotte
Pour les rendre à l’Eternité!»

J’ai souvent évoqué cette lune enchantée,
Ce silence et cette langueur,
Et cette confidence horrible chuchotée
Au confessionnal du cœur.