martedì 15 maggio 2012


Pangur Ban, bianco gatto del nono secolo

ovvero: come per uno studioso sia utile la compagnia del gatto (e dei topi)

Un monaco irlandese del nono secolo aveva un bel gatto bianco a cui era molto affezionato, tanto che scrisse in suo onore questa deliziosa poesia. La poesia di Pangur Ban ha attraversato i secoli ed è giunta fino a noi, tradotta in inglese in parecchie versioni, di cui alcune sono reperibili sul web.

Ecco la mia traduzione in italiano, che naturalmente è piuttosto libera, essendo fatta dall'inglese.







Pangur Ban ed io facciamo
cose simili che amiamo:
lui la posta fa ai sorcetti,
io vo in caccia di concetti.

Meglio della gloria eterna
è star qui con libro e penna;
Non mi cambia voglia il gatto:
lui fa ciò per cui è fatto.

Cosa bella da vedere
siamo, lieti nel dovere
quando a casa quietamente
ci alleniamo con la mente.

Spesso un topo appare, ratto,
sotto il naso al prode gatto;
spesso va il senso d’un detto
fra le maglie d’intelletto.

Fissa al muro l’occhio acuto
Pangur, fiero e molto astuto;
saggia il muro della scienza
la mia piccola sapienza.

Se un topino sguscia via,
Pangur Ban, quanta allegria!
E che gioia ho, se rischiaro
un dilemma che mi è caro!

Così entrambi stiamo in pace
a far quello che ci piace,
e ci giova la nostra arte;
a ciascuno la sua parte.

Quotidiano allenamento
lo fa eccelso nel cimento;
lungo studio mi conduce
a mutare il buio in luce.


.
                                          Tre gatti dal Bestiario di Aberdeen (XIII sec.)

sabato 10 marzo 2012


UNA POESIA DI BAUDELAIRE


Dedico a Grazia, autrice di un notevole
blog sull'arte, una delle mie traduzioni da Baudelaire.
Finalmente ho capito come si mette il link. Evviva.

La serva di gran cuore, di cui eri gelosa,

E che dorme il suo sonno sotto un’umile zolla,

Dovremmo tuttavia portarle qualche fiore.

I morti, poveretti, hanno grandi dolori,

E quando Ottobre soffia, d’alberi potatore,

Il vento malinconico intorno ai loro marmi,

Devono ritenere i vivi bene ingrati

A dormire al calduccio, come fanno, nei letti,

Mentre, rosi da sogni incoerenti e neri,

Senza compagno a letto, senza bei conversari,

Scheletri vecchi, freddi, lavorati dal verme,

Sentono sgocciolare le nevi dell’inverno

Ed il secolo scorrere, senza famiglia o amico

Che cambi i cenci appesi sopra la loro griglia.

Quando il ceppo soffia e canta, se la sera

Calma, nella poltrona la vedessi sedere,

Se, in una notte azzurra e fredda di dicembre,

La trovassi accucciata in un canto della stanza,

Grave, venuta dal fondo del letto eterno

A covare il bambino cresciuto col materno

Suo occhio, che direi a quell’anima buona,

Vedendo il pianto scenderle dalla palpebra vuota?


giovedì 29 dicembre 2011

BUON ANNO!

Auguri a tutti voi che vi imbattete, per caso, in questo blog semiabbandonato ormai da tempo... ma la blogger c'è, tranquilli, e di tanto in tanto fa capolino.
Oggi voglio fare un grande augurio a tutti voi, ce n'è bisogno.
La situazione si fa dura per tutti e non c'è molta speranza che le cose migliorino in tempi brevi.
Tuttavia occorre mantenere alto lo spirito e ricacciare in gola pianti e lamenti, sorridiamo se non al nostro brillante futuro almeno al nostro modesto presente, nel quale con un po' di buona volontà è pur sempre possibile trovare una briciola di bellezza che dia valore a ciò che abbiamo.
La vita in generale ha poco senso, quando poi le cose vanno male il senso pare sfuggire del tutto. Evviva dunque il nonsenso, che almeno ci gratifica con la sensazione di aver capito tutto... perché non c'è niente da capire, o perché ci sono significati troppo complicati per il nostro intreccio di sinapsi.
Il Buon Dio è grande maestro di nonsenso. Abbiamo fiducia in lui (disse la miscredente che io sono).
Detto ciò, vi offro un pensierino di Capodanno: in limerick, naturalmente. Se nulla ha senso, godiamoci le ciliegine del nonsense.


Quell'ultimo Giorno dell'anno
diceva: ho preso un malanno!
Son l'ultime ore,
lo sento, dottore!
E infatti arrivò Capodanno.

martedì 1 novembre 2011

A una Madonna
di Charles Baudelaire
traduzione di Paola Magi

A una Madonna

Ex voto di gusto spagnolo

Voglio innalzare a te, Madonna, mia padrona,

Un altare interrato in fondo alla mia pena,

E scavare, nell’angolo più nero del mio cuore,

Via da brame mondane e sguardi derisori,

Una nicchia smaltata tutta d’oro e d’azzurro,

Dove t’innalzerai, statua meravigliata.

Coi miei versi politi, fatti in puro metallo,

Sapientemente sparsi di rime di cristallo,

Farò per la tua testa un’enorme Corona;

Nella mia gelosia, o mortale Madonna,

Ti saprò modellare un Mantello, alla moda

Barbara, duro e greve, foderato di dubbio,

Che, come una garitta, racchiuderà il tuo fascino,

Trapunto non di perle, ma di tutti i miei pianti!

La tua Veste sarà la mia voglia fremente,

Ondosa, il desiderio che sale e che discende,

Oscilla sulle punte, nei valloni riposa,

E ti veste d’un bacio il corpo bianco e rosa.

Ti farò, con il mio Rispetto, tutte in seta,

Belle scarpe, umiliate dai tuoi piedi divini,

Che, avendoli rinchiusi in una molle stretta,

Ne serbino l’impronta come stampi fedeli.

Se non posso, malgrado la mia arte zelante,

Scolpirti per sgabello una luna d’argento,

Ti metterò il serpente che mi rode le viscere

Sotto i talloni, in modo che tu schiacci e derida,

Regina vittoriosa e feconda in riscatti,

Quel mostro, tutto gonfio di sputi e di livore.

Vedrai i miei Pensieri, schierati come i Ceri

Sull’altare fiorito della Regina Virginum

Stellanti di riflessi il soffitto azzurrato,

Guardarti fissamente con pupille infuocate;

E, poiché tutto in me ti ammira e ti ha caro,

Tutto si farà Mirra, Benzoino, Incenso, Olibano,

E verso Te incessante, cima bianca e innevata,

Ascenderà in Vapore l’anima mia agitata.

Infine, a completarti il ruolo di Maria,

O nera voluttà! per mischiare all’amore

La barbarie, dei sette peccati capitali,

Boia tutto rimorsi, farò sette coltelli

Ben affilati e, come un giocoliere insensibile,

Prendendo il più profondo tuo amore per bersaglio,

Te li conficcherò nel Cuore palpitante,

Nel Cuore singhiozzante, nel Cuore ruscellante!



A une Madone

Ex-voto dans le goût espagnol

Je veux bâtir pour toi, Madone, ma maîtresse,

Un autel souterrain au fond de ma détresse,

Et creuser dans le coin le plus noir de mon cœur,

Loin du désir mondain et du regard moqueur,

Une niche, d’azur et d’or tout émaillée,

Où tu te dresseras, Statue émerveillée.

Avec mes Vers polis, treillis d’un pur métal

Savamment constellé de rimes de cristal

Je ferai pour ta tête une énorme Couronne;

Et dans ma Jalousie, ô mortelle Madone

Je saurai te tailler un Manteau, de façon

Barbare, roide et lourd, et doublé de soupçon,

Qui, comme une guérite, enfermera tes charmes,

Non de Perles brodé, mais de toutes mes Larmes!

Ta Robe, ce sera mon Désir, frémissant,

Onduleux, mon Désir qui monte et qui descend,

Aux pointes se balance, aux vallons se repose,

Et revêt d’un baiser tout ton corps blanc et rose.

Je te ferai de mon Respect de beaux Souliers

De satin, par tes pieds divins humiliés,

Qui, les emprisonnant dans une molle étreinte

Comme un moule fidèle en garderont l’empreinte.

Si je ne puis, malgré tout mon art diligent

Pour Marchepied tailler une Lune d’argent

Je mettrai le Serpent qui me mord les entrailles

Sous tes talons, afin que tu foules et railles

Reine victorieuse et féconde en rachats

Ce monstre tout gonflé de haine et de crachats.

Tu verras mes Pensers, rangés comme les Cierges

Devant l’autel fleuri de la Reine des Vierges

Etoilant de reflets le plafond peint en bleu,

Te regarder toujours avec des yeux de feu.

Et comme tout en moi te chérit et t’admire,

Tout se fera Benjoin, Encens, Oliban, Myrrhe,

Et sans cesse vers toi, sommet blanc et neigeux,

En Vapeurs montera mon Esprit orageux.

Enfin, pour compléter ton rôle de Marie,

Et pour mêler l’amour avec la barbarie,

Volupté noire! des sept Péchés capitaux,

Bourreau plein de remords, je ferai sept Couteaux

Bien affilés, et comme un jongleur insensible,

Prenant le plus profond de ton amour pour cible,

Je les planterai tous dans ton Cœur pantelant,

Dans ton Cœur sanglotant, dans ton Cœur ruisselant!


domenica 16 ottobre 2011

Gli zingari in viaggio
di Baudelaire



L'altra notte ho sognato gli zingari. Ho sognato che andavo a scuola dagli zingari. Imparavo tante cose. Non ricordo bene cosa avessi imparato, il sogno l'ho fatto diversi giorni fa e ormai me ne rimane solo la vaga impressione che mi ha lasciato al risveglio.

Forse il sogno l'ho fatto per aver letto la notizia della nonnina che ha venduto la sua casa a una famiglia di zingari a cui nessuno voleva vendere un appartamento.

Intanto, gli zingari mi hanno portato fortuna col mio laborioso Baudelaire: il sonetto sugli zingari in viaggio mi è venuto perfetto, con tutte le rime a posto!

Zingari in viaggio


La tribù dei profeti dalle ardenti pupille

Ieri si è messa in viaggio, portando i nuovi nati

Sulla schiena, porgendo a quei fieri appetiti

Il tesoro già pronto di pendule mammelle.


Gli uomini vanno a piedi sotto le armi lucenti

Lungo i carri in cui i loro se ne stanno acquattati,

Muovendo per il cielo gli sguardi appesantiti

Dal rimpianto sbiadito delle chimere assenti.


Il grillo, dalla sua sabbiosa postazione,

Guardandoli passare, raddoppia la canzone;

Cibele, che li ama, accresce le verdure,


Fa sgorgare la roccia e fiorire il deserto

Davanti a quei viandanti, per i quali è aperto

L’impero familiare di tenebre future.




mercoledì 21 settembre 2011

La Maschera




Grazia, sul suo blog "Senza Dedica", ci ha fatto conoscere un meraviglioso, enigmatico dipinto di Lorenzo Lippi che raffigura una donna che ha in mano una maschera.
Mi è subito venuta in mente la poesia di Charles Baudelaire dal titolo "La Maschera", ispirata da una scultura che rappresenta una bellissima donna con una maschera sorridente davanti al volto che, a prima vista, nasconde il vero volto, piangente e disperato. Lo scultore è Ernest Christophe.
Eccola nella mia traduzione, e a seguito anche nell'originale.

La maschera

Statua allegorica di gusto rinascimentale

A Ernest Christophe, scultore.


Guarda questo tesoro di grazie fiorentine:

nell’ondulazione del corpo muscoloso

Forza e Eleganza abbondano, le sorelle divine.

Questa femmina, pezzo certo miracoloso,

divinamente forte, splendidamente fine,

è fatta per regnare sopra letti magnifici

e adornare i riposi di principi o pontefici.

E poi, vedi quel riso fine e voluttuoso

dove Fatuità dispiega la sua estasi;

quel lungo sguardo infido, languido e malizioso,

quel viso delicato, inquadrato da un velo,

di cui dice ogni tratto, con fare vincitore:

“La Voluttà mi chiama, m’incorona l’Amore!”

A questo essere, colmo di tanta maestà,

quale eccitante fascino dona la gentilezza!

Facciamo un giro intorno a questa sua beltà.

O blasfemia dell’arte! O sorpresa fatale!

La donna dal divino corpo, promessa lieta,

in alto si conclude con un mostro bicefalo!

Ma no! era una maschera, decoro seducente,

quel viso illuminato da una smorfia squisita.

E guarda, eccola qui, convulsa atrocemente,

la sua autentica testa, la sua faccia sincera,

rovesciata al riparo del volto menzognero.

Povera gran beltà! il magnifico fiume

del tuo piangere sfocia nel mio cuore angosciato.

M’inebria il tuo mentire, il mio cuore si abbevera

ai flutti che il Dolore distilla dai tuoi occhi!

Ma perché sta piangendo? Lei, bellezza perfetta,

che può avere ai suoi piedi, vinta, l’umanità;

che male misterioso rode il fianco da atleta?

Ella piange, insensata, per avere vissuto!

E perché vive ancora! Ma quello che deplora,

soprattutto, e la fa fremere in tutto il corpo

è che domani, aimé! dovrà vivere ancora!

Domani, posdomani e sempre! – Come noi!


Le Masque

Statue allégorique dans le goût de la Renaissance

A Ernest Christophe, statuaire.


Contemplons ce trésor de grâces florentines;

Dans l’ondulation de ce corps musculeux

L’Elégance et la Force abondent, sœurs divines.

Cette femme, morceau vraiment miraculeux,

Divinement robuste, adorablement mince,

Est faite pour trôner sur des lits somptueux

Et charmer les loisirs d’un pontife ou d’un prince.

Aussi, vois ce souris fin et voluptueux

Où la Fatuité promène son extase;

Ce long regard sournois, langoureux et moqueur;

Ce visage mignard, tout encadré de gaze,

Dont chaque trait nous dit avec un air vainqueur:

"La Volupté m’appelle et l’Amour me couronne!"

A cet être doué de tant de majesté

Vois quel charme excitant la gentillesse donne!

Approchons, et tournons autour de sa beauté.

O blasphème de l’art! ô surprise fatale!

La femme au corps divin, promettant le bonheur,

Par le haut se termine en monstre bicéphale!

Mais non! ce n’est qu’un masque, un décor suborneur,

Ce visage éclairé d’une exquise grimace,

Et, regarde, voici, crispée atrocement,

La véritable tête, et la sincère face

Renversée à l’abri de la face qui ment

Pauvre grande beauté! le magnifique fleuve

De tes pleurs aboutit dans mon cœur soucieux

Ton mensonge m’enivre, et mon âme s’abreuve

Aux flots que la Douleur fait jaillir de tes yeux!

Mais pourquoi pleure-t-elle? Elle, beauté parfaite,

Qui mettrait à ses pieds le genre humain vaincu,

Quel mal mystérieux ronge son flanc d’athlète?

Elle pleure insensé, parce qu’elle a vécu!

Et parce qu’elle vit! Mais ce qu’elle déplore

Surtout, ce qui la fait frémir jusqu’aux genoux,

C’est que demain, hélas! il faudra vivre encore!

Demain. après-demain et toujours! – comme nous!

lunedì 5 settembre 2011

Il resoconto delle vacanze

Detesto fare i resoconti delle vacanze. Eppure è bello sentirli, i resoconti degli altri. Ti fanno sognare cose stupende, ti fanno immaginare che a loro sia andato tutto benissimo, non come a te che hai trovato un albergo con l'aria condizionata rotta e l'ombrellone in dodicesima fila circondato da vecchietti asmatici e bambini urlanti.

Insomma, non vi farò il resoconto delle mie vacanze, ma vi offro un ennesimo limerick che ha per protagonista un pesce, ma che pesce! un vero esteta, come non se ne trovano più.

Un languido Pesce Corallo

Amava i tramonti a Rapallo

Ma per l’albeggiare

Andò a Miramare

Quel languido Pesce Corallo.


sabato 3 settembre 2011

La storia del Grongo Nasuto di Vienna

L'estate non vuole finire, che stagione ostinata...
Per rinfrescarmi almeno il cervello ho scritto una storia di pesci. Eccolo qua, il nuovo superlimerick (nel senso che è composto da una serie di limerick consecutivi che formano ciascuno una strofa).

Un Grongo Nasuto di Vienna

voleva vedere la Senna:

parlò per un mese

con l’erre francese

perfino sul Prater di Vienna.


Poi prese a studiare una mappa

Per organizzare la tappa,

partì per Parigi,

finì nel Tamigi:

teneva a rovescio la mappa.


Riprese il viaggio, quel Grongo,

nuotando arrivò fino in Congo:

cantando in francese

si fece le spese

quel disorientato buon Grongo.


Cantava con voce nasale

il Grongo Nasuto – è normale!

ottenne il salario

da un bravo impresario

all’Opera Internazionale.


Fu grande il successo del Grongo

cantante da Napoli al Congo:

finì per contratto

col riempire il piatto;

che pesce in carriera, quel Grongo!


Ma un giorno, sventura feroce,

d’un colpo perdette la voce:

dovette rientrare

al suo focolare

prendendo il Danubio alla foce.


Finì sotto il Prater, quel Grongo,

a fare pescetti di pongo

con grande pazienza

per beneficenza

insieme al pacioso Dugongo,


un suo vecchio amico di penna,

che sintonizzava l’antenna;

se Charles Aznavour

cantava l’amour

sognavano insieme la Senna.